Ci sono persone che. loro malgrado, diventano “urlo” contro la profanazione delle parole che sono a fondamento della convivenza umana:
verità, libertà, giustizia.
Un perdurante sostegno a quanti invocano la restituzione di libertà a Leonard Peltier.
Leonard Peltier ha 77 anni, da 46 è in prigione in un carcere americano di massima sicurezza condannato a due ergastoli per delitti che non ha commesso (un processo-farsa con una giuria razzista lo condannò sulla base di testimonianze false e di prove altrettanto false; gli stessi accusatori, gli stessi giudici, riconobbero successivamente che fu la condanna di un innocente, che fu una persecuzione politica).
Leonard Peltier nasce a Grand Forks, nel North Dakota, il 12 settembre 1944.
Nell’infanzia, nell’adolescenza e nella prima giovinezza subisce pressochè tutte le vessazioni, tutte le umiliazioni, tutti i traumi e l’emarginazione che il potere razzista bianco infligge ai nativi americani.
Nella sua autobiografia questo processo di brutale alienazione ed inferiorizzazione è descritto in pagine profonde e commoventi.
Nei primi anni Settanta incontra l’American Indian Movement (Aim), fondato nel 1968 proprio per difendere i diritti e restituire coscienza della propria dignità ai nativi americani; e con l’impegno nell’Aim riscopre l’orgoglio di essere indiano – la propria identità, il valore della propria cultura, e quindi la lotta per la riconquista dei diritti del proprio popolo e di tutti i popoli oppressi.
Partecipa nel 1972 al “Sentiero dei trattati infranti”, la carovana di migliaia di indiani che attraversa gli Stati Uniti e si conclude a Washington con la presentazione delle rivendicazioni contenute nel documento detto dei “Venti punti” che il governo Nixon non degna di considerazione, e con l’occupazione del Bureau of Indian Affairs.
